Quasi alla cieca (Luther Blisset, “Q”, Capitolo 1)

Quello che devo fare.
Basta persone brutte che usano parole ancora più brutte. La bellezza deve essere provocata alla vita con il furore e la rabbia.
Buttare via i feticci del passato, i resti di un’energia giovanile alimentata da un avversario che non c’è più da molto tempo.
Basta con una potenza che non ha più bisogno di dimostrazioni. E gettare via con una risata l’attesa di veder ricambiato un affetto o un’amicizia.
Basta compiacimenti concessi per pigrizia o per non accendere discussioni con qualche barbaro dell’industrioso nord, onesto lavoratore e xenofobo. Lo squadrismo avviene nella mente prima che in strada.
Basta frustrazioni per cose tutto sommato secondarie. La vera presunzione è chiedere troppo a sé stessi.
Quando hai tolto tutto questo, resta poco.
Resta solo quello che conta.
Resta il sangue. E che faccia quello che deve fare, perché ho scoperto che la mia vita non è una linea retta ma sembra sempre più una circonferenza un po’ sghemba, come un curioso scarabocchio, di quelli che si fanno quando si sta al telefono. Molte cose tornano perché si compia un misterioso cerchio. Non so se succede a molti o a pochi. Parliamo di sopravvivenza, non di ottusi e annoiati esseri umani che invecchiano.

Per tradurre tutto ciò in musica, c’è bisogno di un suono scarno e personale. Ma voglio mantenere tutte le imperfezioni di cui sono portatore. Per entrare in punta di piedi dentro le stanze segrete non si deve essere appariscenti. Tutto dipende dalle voci a cui si vuole dare vita. La musica che sto scrivendo da un anno a questa parte è un continente inesplorato, una via di mezzo tra il desiderio di risanamento spirituale e la voglia di reagire all’appiattimento generale di questi anni, all’acquiescenza politica, allo stordimento davanti a uno schermo, tascabile o a parete. Con tutte queste cose la mia persona si scontra.

Sei brani dell’album “Wake Up Gregor!!” sono scritti da me, due da Sartori e una canzone è composta da entrambi a quattro mani. C’è anche una cover: “Lights Are Changing” degli splendidi Bevis Frond di Nick Saloman.

I testi sono cristallini, c’è molta presa di coscienza che strizza l’occhio al sincretismo combat punk-hippy del mai dimenticato Joe Strummer.
E poi bisogna svegliare Gregor Samsa.
Chi è Gregor? Noi tutti siamo Gregor, “con il cuore an-estetizzato, che non reagisce a quello che ha davanti e che trasforma il volto sensuale del mondo in monotonia, uniformità: il deserto della modernità.” (cit. James Hillman).
Ma più grande il nostro deserto, più grande deve essere il nostro furore.
Perché quel furore è amore. E non parlo dell’amore romantico o di quello famigliare. Parlo della forza viva che cerca di ricomporre attraverso corpi fisici diversi l’anima del mondo, che – sento – sia una soltanto. L’anima non è proprietà individuale; è una dote frammentata in ciascuno di noi ed ha una permanente tensione alla ricomposizione. Ecco perché tra ogni essere e ogni cosa dovrebbe instaurarsi un rapporto organico. I piedi non ringraziano ogni mattina le mani perché infilano e allacciano le scarpe che li proteggeranno durante la giornata. E’ un bene fatto dalle mani ai piedi che ha natura organica, un bene al servizio del corpo di cui essi sono parte. Questo è il gesto che dovremmo compiere gli uni per gli altri, al servizio dell’anima del mondo. Non è buonismo borghese o panteismo sempliciotto. Sto parlando di vitalità, crescita, libertà dalle miserie quotidiane. Credo sia in questo il significato del gesto che compie Gesù nei confronti dei discepoli durante l’Ultima Cena, quando lava loro i piedi. Nel mondo antico l’ospitalità – retaggio della cultura pre-industriale – si celebrava con gesti di questo tipo.

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