Geografia del destino

Il titolo della mia tesi di laurea è: “Il Kurdistan nelle conflittualità del quadrante mediorientale”. All’inizio della mia carriera come consulente specializzato in programmi comunitari di sviluppo e finanziamento, il lavoro mi portò in Turchia e conobbi questo stupendo popolo, la cui somma cultura dell’ospitalità rivaleggia con quella dei senegalesi e dei rumeni. Due colleghi dell’università locale, due ragazzi come me, diventarono presto miei fraterni amici. Vennero in trasferta in Italia e recarono regali bellissimi, soprattutto per le mie due figlie, all’epoca ancora molto piccole. Ho mantenuto il contatto con loro, in tutti questi anni. Stamattina ho salutato uno dei due, esprimendo tanta tristezza per la situazione. Entrambi ripudiano la politica autocratica e militarista di Erdogan ed è avvilente sentire che c’è ormai una abitudine alla violenza che si manifesta già dentro la società civile, figuriamoci all’esterno. Mi dice che esiste una “geografia del destino” alla quale la maggior parte dei turchi progressisti si sta rassegnando quando si arriva alla questione curda. La fonte del male ha una, chiara, tossica, depravata parola: nazionalismo. In nome di questo demone i delinquenti che guadagnano il potere negano ogni negoziato che favorisca una concreta affermazione di diritti civili e politici a quelle comunità che non si riconoscono nella nazione turca. La lingua curda appartiene al ceppo indo-europeo e nulla ha a che fare con quella turca, che è di ceppo altaico. La storia e la civiltà curda è stata integrata in quella degli Stati limitrofi con successivi atti di forza, cui non sono affatto estranee le potenze europee vincitrici della prima guerra mondiale e a cui un riluttante Woodrow Wilson, Presidente (questo si, con la lettera maiuscola) degli Stati Uniti d’America, dovette adeguarsi. L’islam sunnita dei curdi ripudia l’elevazione di precetti religiosi al rango di norme giuridiche (sharia), ha una dimensione più spirituale e personale. Le donne non hanno affatto un ruolo di subalternità sociale o individuale; non esiste il concetto di guerra santa per chi combatte da secoli la vergognosa ipocrisia dei suoi stessi vicini correligionari, responsabili di eccidi, massacri, genocidio. E ogni tanto si concedono anche un buon bicchiere di vino, vivadio. E’ vero che non sono stinchi di santo, sono uomini e donne imperfetti come noi. Nel genocidio degli armeni del 1915-16 pare appurato che ci fossero milizie irregolari curde che si resero responsabili di atrocità. Una certa debolezza delle lotte irredentiste curde deriva dalle divisioni tra clan che all’interno delle élite hanno reso la leadership ambigua, se non a volte contraddittoria. Ma se esiste una comunità che professa un islam che ha risolto i propri problemi con la modernità, maturo nel confronto con il mondo extra-islamico e che guarda al futuro – pur nella preservazione di modelli di fede e di pensiero tradizionali, quali il sufismo – è quella curda. E non si pensi che la stessa dinamica non si ripeta pressoché identica nelle altre regioni curde: in Iraq, in Iran e nella stessa Siria. Assad non sta perdendo il sonno per quanto sta accadendo in questi giorni nel Kurdistan siriano. Chi se la passa un po’ meglio negli ultimi anni sono proprio i curdi dell’Iraq, che hanno capitalizzato il contributo alla lotta a Saddam prima e a Daesh dopo, costruendo un certo argine di autonomia in quel quadro istituzionale profondamente sconvolto dagli eventi degli ultimi dieci anni.

Se abbiamo a cuore il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo, dobbiamo portare questa istanza nella nostra società civile, dentro i nostri partiti o movimenti di appartenenza, perché da lì filtrino nei nostri governi e nelle sedi della politica e delle istituzioni internazionali, perché in ogni singolo accordo di natura pubblica o PRIVATA, vengano poste (in maniera cogente, pena la nullità dell’accordo) condizioni di riconoscimento e osservanza dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali e – soprattutto – si prevedano allegati che stabiliscano un sistema di monitoraggio sull’applicazione di quei Diritti e di quelle Libertà.  

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